Il gatto di Liegi infettato dal coronavirus: ecco cosa è successo

Il primo è stato il cane di Hong Kong. In seguito ne sono seguiti altri, ancora così pochi da poter essere contati sulle dita di una mano. Ci riferiamo ai casi di animali in cui è stato rilevato il Covid-19, ovviamente. Tali occorrenze hanno riguardato anche i gatti, e nello specifico sta facendo parecchio parlare il gatto di Liegi infettato dal coronavirus.

Noi abbiamo provato a informarci a riguardo. Il primo consiglio, prima ancora di iniziare la trattazione, è di non farsi prendere dalla preoccupazione o dal panico: non c’è di che temere dai nostri amici a quattro zampe, come già ripetuto in passato.

banner

Il gatto di Liegi infettato dal coronavirus
Foto di repertorio. Fonte: https://www.yourcat.co.uk/

Il caso di Liegi, città del Belgio, deve essere letto prima di tutto come un avvertimento a preservare la salute dei nostri mici. Pare, infatti, che il gatto in questione sia stato contagiato dalla sua umana, anch’essa positiva al coronavirus. Si tratta del primo gatto risultato positivo alla malattia.

I primi sintomi nel micio sono comparsi una settimana dopo la donna, in forma di diarrea, vomito e difficoltà respiratorie. Il virus è stato rilevato nelle feci.

Foto di repertorio. Fonte: https://www.southbostonanimalhospital.com/

Steven van Gucht, responsabile della sezione malattie virali presso l’“Institute of Health”, ha dichiarato con fermezza, come riportato dal sito web “Dailymail.co.uk”, che si tratta di un caso isolato e nulla indica che questi episodi siano comuni. Non solo, le autorità belghe hanno rassicurato pienamente la popolazione.

Non c’è alcuna prova, al momento, che il virus si trasmetta dagli animali domestici agli umani.

Il gatto di Liegi infettato dal coronavirus, quindi, ben lungi dall’essere un veicolo di contagio sembra essere una vittima, proprio come tutti coloro che stanno lottando contro questa malattia.

Al coro si è unito anche il “National Council for Animal Protection” del Belgio.

Lo abbiamo affermato fin dall’inizio di questa crisi, e continueremo a ribadirlo fino all’ultimo: non c’è ragione di abbandonare i propri animali. Occorre semplicemente che chi è malato rispetti le necessarie norme igieniche, per evitare di mettere a rischio loro e le persone a contatto.

Anche nostri connazionali, Sergio Rosati, professore ordinario di Malattie infettive presso Dipartimento di Scienze veterinarie di Torino e la dottoressa Barbara Colitti, Borsista di ricerca dello stesso ateneo, rinforzano questo concetto in un’intervista a “LaStampa.it”.

Se c’è in famiglia una persona Covid-19 positiva, così come con i familiari deve assumere dei comportamenti prudenti, la stessa cosa dovrebbe essere riservata ai nostri animali domestici: cane e gatto è meglio che possano essere accuditi da persone non Covid-19 positive.

Fonte: https://www.petmd.com/

I due esperti aggiungono, inoltre, che l’unico modo in cui un cane o un gatto possono portare contagio è tramite la presenza del virus su di loro, senza che siano infetti, allo stesso modo in cui può accadere toccando senza protezioni un oggetto entrato in contatto con un positivo.

Il gatto di Liegi infettato dal coronavirus insegna quindi prudenza, per il loro benessere, nelle interazioni con i nostri amici a quattro zampe. Anzi, questo caso potrebbe portare a studi più approfonditi e utili al loro benessere.

Il prof. Rosati e la dott.ssa Colitti, infatti, hanno esplicato il loro progetto di ricerca.

Lo studio che stiamo conducendo mira a capire se c’è un movimento anticorpale nei cani e gatti che sono stati a contatto con persone positive Covid-19. Se questo non verrà riscontrato, così come onestamente ci aspettiamo, allora vuol dire che se l’animale è venuto a contatto con delle dosi infettanti allora l’infezione che ha subito è talmente blanda da non aver neanche coinvolto il sistema immunitario. E questo avvalorerebbe l’ipotesi che non giocano alcun ruolo attivo nella trasmissione. Però questo tipo di affermazione deve essere confermata dai numeri. Ossia dopo aver testato un adeguato numero di animali.

È possibile anche, nel nostro piccolo e possedendo i giusti requisiti, aiutare a portare avanti questa ricerca.

Per condurre questo studio abbiamo bisogno di raccogliere il siero di cani e gatti che abbiano vissuto con persone positive al Covid-19. Per questo chiediamo la collaborazione di veterinari e laboratori diagnostici che raccolgano questi campioni per poterli analizzare. Questi operatori possono trovare maggiori informazioni contattando la Dott.ssa Colitti (barbara.colitti@unito.it).