Il Jólakötturinn, il gatto di Natale d’Islanda

Il folklore pullula di gatti: abbiamo, a titolo di esempio, il giapponese Bakeneko, il Cat-Sith di Samhain e un’intera simbologia per i gatti neri e bianchi. Oggi vi presentiamo un altro esponente della schiera: il Jólakötturinn, il gatto di Natale d’Islanda, anche conosciuto come gatto di Yule, dove Yule è la festa pagana corrispondente al Natale di oggi. Perciò quale miglior momento delle feste natalizie per raccontare di lui, del resto?

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Il temibile Jólakötturinn

Il Jólakötturinn è un enorme gattone nero, dal temperamento famelico e dai lucidi baffi bianchi, i cui occhi brillano come carboni ardenti e la cui lunga coda gli permette salti spaventevoli, che si aggira tra i paesi d’Islanda durante la notte della Vigilia. È una figura temibile, perché va a caccia non di topi ma di uomini. Le sue vittime sono variate nel corso dei secoli, ma hanno tutte quante una qualità in comune: non sono riuscite a procurarsi, in regalo o producendolo con le proprie mani, un capo di abbigliamento nuovo da indossare a Natale, nemmeno una singola calza. È legato, come figura, alla mostruosa capra di Yule, che vigila sulla preparazione al Natale e si premura di punire chi non la organizza adeguatamente

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Questo micione famelico esiste già dal Medioevo e storie raccapriccianti su di lui circolano già nel ‘700. Nell’800 il Jólakötturinn viene “utilizzato” come stratagemma per spingere gli operai a concludere la lavorazione della lana raccolta nel periodo autunnale prima della fine dell’anno: chi avesse lavorato alacremente, veniva ricompensato con un capo di vestiario. In altre parole, quindi, con la salvezza dalle grinfie del Jólakötturinn.

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Una rappresentazione moderna di Grýla e di suo marito Leppalúði. Foto di Adam Hoffritz (Flickr)

Esiste anche una versione della leggenda in cui questo gattone gigante sarebbe l’animale domestico di Grýla e di suo marito Leppalúði, mostri (giganti secondo alcuni, troll secondo altri) divorati da una costante fame di tenera carne di bambino disobbediente che vivono tra i vulcani d’Islanda. Per questa ragione, il Jólakötturinn  si accanirebbe in particolare sui bambini più pigri e disobbedienti, che non hanno aiutato a sufficienza i loro genitori nel lavoro di tessitura… o sui più poveri, sprovvisti della possibilità di cucire il proprio capo o di riceverne uno in regalo. Le storie di cui era protagonista questa figura felina divennero, col tempo, tanto truculente e spaventose da spingere, nel 1764, a un editto che vietava di utilizzarle per spaventare i bambini. Ovviamente, si sa, al folklore e al suo fascino non si comanda e l’editto servì davvero a poco. Tanto che, pare, tempo dopo venne annullato.

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Un’ultima lettura del Jólakötturinn lo dipinge sì come un essere soprannaturale che va a caccia di chi sia privo, la Vigilia di Natale, di un capo di abbigliamento nuovo, ma in questa terza e ultima versione non sono gli sfortunati umani la sua preda, bensì semplicemente la loro cena della Vigilia.

Questo gattone è una figura maligna? Senza dubbio. Se, però, si legge tutto con attenzione, questa leggenda esorta anche a aiutare i meno fortunati facendo loro un dono natalizio, affinché possano sfuggire a quelle temibili fauci feline. Un messaggio quantomai attuale oggi, ora che la povertà sta tornando a diffondersi anche in alcune porzioni dei paesi sviluppati.

Sicuramente, la letteratura e la musica ne hanno fatto una figura indimenticabile.

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Il poeta Jóhannes úr Kötlum

Jóhannes úr Kötlum, poeta islandese, ha dedicato una poesia proprio al nostro Jólakötturinn, immortalandolo così per sempre nella letteratura. La poesia, intitolata come il suo protagonista, si può leggere qui tradotta dall’islandese all’inglese.

La poesia di Kötlum è stata riarrangiata e messa in musica da Björk nella canzone che potete ascoltare in questo video Youtube. La melodia, dai tratti un po’ antichi, si adatta perfettamente alla narrazione di una leggenda.

Chiudiamo questo articolo su altre interpretazioni visive date allo Jólakötturinn (con un ringraziamento al sito Lifewithcats da cui appunto provengono) augurandovi – per una volta, anche se si tratta di un gatto – di non incappare tra le sue grinfie!

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