L’indipendenza del gatto: una verità scientifica?

Tanto si parla, sia in termini ironici sia in toni assolutamente seri, della differenza tra cani e gatti. Affezionati e affettuosi i primi, distaccati e indifferenti i secondi, si dice. E a chi ha meno tempo a disposizione per stare a casa, si consiglia sempre un gatto perché sono “più indipendenti”. Non c’è bisogno di specificare come sia inesatto e ingiusto marchiare i gatti come esseri anaffettivi; tuttavia, secondo la ricerca di Daniel Mills, professore specializzato in scienze comportamentaliste presso l’Università di Lincoln, e la sua assistente Alice Potter, potrebbe esserci un po’ più di verità nel concetto di “indipendenza” applicato ai nostri amici felini.

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Chiariamo subito un punto: la ricerca del professor Mills non mette in dubbio la capacità del gatto di costruire relazioni reali e profonde con gli umani con cui convive.

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Quello che emerge è invece il fatto che, contrariamente al cane, non è il bisogno di protezione e sicurezza a fare da collante tra il gatto e il suo umano. Mentre per il cane il capobranco/padrone è la personificazione del porto sicuro, il gatto è legato al suo umano da altri collanti.

Il team di ricerca ha adattato lo Strange Situation Test di Ainsworth, ponendo per breve tempo l’animale in un luogo a lui non familiare assieme al suo umano, con uno sconosciuto e da solo. Tre sono stati i parametri considerati nella valutazione, sia durante l’esposizione dell’animale alla situazione anomala sia al ritorno del padrone: l’atteggiamento passivo, i segni di disagio e l’ammontare di contatto ricercato dal gatto. Il risultato?

I gatti presi in esame si sono, certo, dimostrati piuttosto vocali al momento dell’allontanamento del loro umano, ma non hanno cercato di seguirlo, e non hanno esibito particolari segni di disagio né esagerate manifestazioni di esultanza al suo ritorno. Comparare questo comportamento con quello del cane può aiutare, dal momento che è stato osservato come nel loro caso ci sia stato un tentativo di seguire il padrone e come fossero stati presi da una gioia contagiosa nel vederlo tornare al loro fianco.

Sembra, quindi, che i gatti facciano più affidamento su se stessi rispetto a quanto non accada nel caso dei cani; ed è interessante in particolare che la costante del comportamento felino rilevato sia stata mantenuta anche nel caso di gatti manifestatamente affettuosi e coccoloni. Un atteggiamento che nasce probabilmente da secoli e secoli di caccia solitaria, in cui i felini hanno potuto contare soltanto sulle proprie capacità e ha sviluppato una propria indipendenza in tal senso.

Sicuramente, tuttavia, senza nulla togliere al valore scientifico di questo esperimento, è vero che un conto è un’assenza breve e un altro un’assenza  protratta nel tempo. Del resto anche gli esseri umani non percepiscono come tragica l’assenza di pochi minuti o qualche ora di una persona amata, sebbene a voler essere pignoli a termine di paragone ai mici, in questo caso, andrebbero presi bambini piccoli, notoriamente sensibili all’allontanarsi di mamma e papà. Ci poniamo, insomma, qualche dubbio a raffronto con esempi reali: come la storia del gatto Toldo, che trovate cliccando qui.