Rubare un animale per il suo bene non è reato, lo ha stabilito la Cassazione!

La legislazione italiana, con il tempo, si è evoluta anche per ciò che riguarda i diritti degli animali. L’introduzione del microchip, ad esempio, ha permesso di affermare il proprio diritto a riabbracciare i nostri amici a quattro zampe, senza controversie, in caso di rapimento o smarrimento. Eppure, qualche volta il microchip stesso può essere una trappola. Cosa accade, infatti, se il gatto o il cane regolarmente microchippati risultano essere di proprietà effettiva di una persona che di loro si cura in modo errato, o peggio ancora li maltratta? Ebbene, a riguardo, dalla Cassazione giunge una novità: secondo una recente sentenza, rubare un animale per il suo bene non è reato.

La vicenda giudiziaria che ha portato a questa risoluzione è quella storica dell’allevamento noto come Green Hill. Green Hill di Montichiari, in provincia di Brescia, in Lombardia, è passato alla storia in quanto teatro di una delle più note liberazioni di animali del mondo animalista; i cani ospiti, infatti, erano di proprietà della Marshall, multinazionale americana operante nell’ambito della vivisezione. Così, spinto da un senso di giustizia, nell’aprile 2012 un gruppo di attivisti a favore degli animali ha sottratto alle grinfie di Green Hill ben 67 cani di razza Beagle.

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rubare un animale per il suo bene non è reato
Fonte: www.greenme.it

Il tortuoso percorso della vicenda meriterebbe un intero articolo dedicato, ma per amor di sintesi si può dire che tre mesi dopo questa azione Green Hill fu sottoposto a sequestro, e i 2500 cani della struttura furono affidati alla custodia giudiziaria di LAV e Legambiente. Anche i salvatori di quei primi 67 animali, però, pagarono un prezzo alto per il loro buon cuore: vennero accusati di furto, crimine di cui furono poi riconosciuti colpevoli dal Tribunale di Brescia nel 2015. La sentenza del 2018, in sede di appello, confermò la condanna.

Oggi, tuttavia, la Cassazione ha variato questa direzione. Si può quindi affermare che rubare un animale per il suo bene non è reato.

Un cambiamento di rotta dovuto alla definizione e interpretazione del “dolo specifico del delitto di furto”: poiché, affinché questo reato si prefiguri, lo scopo delle azioni compiute deve riguardare un “ampliamento del proprio patrimonio”, non è possibile la colpevolezza degli attivisti. Loro, infatti, hanno al contrario agito spinti da un sentimento affettivo verso gli animali, senza mirare in alcun modo a un ampliamento di patrimonio.

Fonte: http://ijumynesyla.comoj.com/

La decisione della Cassazione deriva, dunque, da una base giuridica e non emotiva. Nondimeno, questa sentenza rappresenta un precedente storico, una preziosa vittoria per il mondo animalista.